Prova a brand-ermi

Un brand. Forse dovrei diventare un brand.

Mettiamo subito da parte le teorie cospirazioniste: non siamo né su un programma di Giacobbo né in un libro di Orwell. Non ci sono cattivoni che mi hanno reso un’inerme merce di scambio dei loro giochi di potere. Il mio dubbio è serio: internet ha aperto, tra i  tanti, uno scenario in cui è il nome a fare la differenza. Nome mio proprio: me stesso©. La mia autorevolezza non dipende dalla testata per cui scrivo. Consegue da quello che ho da dire e dal modo in cui lo dico. Bisogna diventare una voce o, come  ha scritto Tomas Chomorra-Premuzic sull’Harvard Business review, “essere un segnale nel rumoroso universo del capitale umano”.

Sto saltando, però, subito alle conclusioni. E’ meglio che torni alle premesse, e parta da alcuni constatazioni.

Le notizie, oggi, hanno un valore diverso da quello dell’era pre-internet. Allora, per giornali, televisione, e classici media, raccontare cosa era successo, era fondamentale. Erano il principale canale di informazione. Adesso, lo è, potenzialmente, ognuno di noi. Basta avere una connessione internet e un telefonino, e si può fare cronaca in tempo reale di un avvenimento.

Sempre più canali ufficiali -attraverso facebook, twitter, un sito apposito-  bypassano i media e danno direttamente le notizie.

Sulla rete, c’è un flusso di notizie ininterrotto.

Se vuole competere con tutto questo, chi lavora nel mondo dell’informazione, deve concentrarsi sulla velocità degli aggiornamenti e sul continuo monitoraggio di tutte le possibile fonti –territorio, quest’ultimo, che si è ampliato a dismisura arrivando a comprendere all’incirca il mondo intero- Da una parte si guadagna in quantità, dall’altra si perde in qualità. Approfondire ed essere continuamente sulla notizia, dovendola raccontare in presa diretta, sono due aspetti che mal si conciliano. Seguendo questo passo, il lavoro di un giornale potrebbe diventare assimilabile a quello di un’agenzia di stampa, un po’ più elaborata nel modo in cui confeziona i pezzi. Sascha Lobo, sul Der Spiegel, ha definito questo meccanismo pressione della fluidificazione.

Perché dovrei leggere una notizia dal sito di un dato giornale, piuttosto che da quello di un altro? Se ciò che mi si da è il racconto, cronachistico, di quello che è stato, non fa molta differenza trovarlo da una parte o da un’altra. Uso come fonte d’informazione Il Corriere della Sera, ma solo per abitudine. Potrei trovare la stessa cosa che cercavo facendo una ricerca su Google, una volta appresa la notizia da qualcuno che seguo su un social network, ad esempio.
Come mostra Pier Luca Santoro, il traffico per le testate di informazione in internet arriva principalmente dai motori di ricerca. Un chiaro esempio di come il mio ragionamento non è molto diverso da quello dell’utente medio. Pier Luca Santoro scrive in proposito:

Google resta di gran lunga il principale riferimento per generare traffico ai siti delle testate d’informazione con un numero di utenti che per tutto il 2012 è sempre stato abbondantemente superiore.

Dati che, nella mia interpretazione, hanno una doppia valenza. Da un lato evidenziano una bassa fedeltà alla testata. I lettori, le persone, cercano la notizia e non la fonte specifica. Dall’altro lato l’ennesimo ridimensionamento per le testate tradizionali di quello che Frédéric Filloux sapientemente aveva definito “sharing mirage” frutto, su questo sì non ho dubbi, di un utilizzo dei social media come semplice amplificatore, come megafono e non come mezzo di ascolto e di relazione con le persone.

Un giornale, e un giornalista, devono rassegnarsi all’idea che il loro lavoro perderà sempre più valore, per i lettori. O forse no?

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Torniamo all’inizio, alle conclusioni.

Rimane un’importantissima funzione per le testate e per chi scrive: avere un visione del mondo. Se le notizie posso averle da chiunque, ciò che non posso avere è un’interpretazione di una realtà complessa. Ed è su questo punto che i mezzi d’informazione latitano. La loro reazione a internet non è stata cambiare, è stata inglobare qualcosa di diverso pretendendo di rimanere uguali. Ma, per quanto una redazione sia corposa, non potrà mai arrivare a coprire l’intero mondo 24 ore su 24. Battagliare sul campo delle notizie in tempo reale, non ha alcun senso. I risultati sono quelli di non fidelizzare un lettore e di spostarlo, anzi, verso un mezzo che lo fa molto meglio di ogni altro. Se, invece, si prova a cambiare e sperimentare, puntando più sulla qualità che sulla quantità, sull’approfondimento di alcune cose anziché sul raccontare tutto quello che è successo, i risultati potrebbero essere diversi. E i dati sembrano confermarlo -Ben inteso: questa, è solo una via, una delle tante possibili da esplorare. La ricetta non è certa-

Ecco perché sto pensando di diventare un brand. Essere una voce, dare valore, potrebbe essere una delle carte di successo nel futuro dell’informazione, ma non solo. Una funzione che possono avere anche quotidiani on line e siti (numerosi sono gli esempi). La maggior parte però, sono dei vecchi mastodonti che faticano a muoversi e a reinventarsi. E’ per questo che la soluzione più efficace e rapida, potrebbe essere quella di muoversi in prima persona.

A tal proposito è interessante il caso di  Andrew Sullivan. Giuseppe Granieri ne ha fatto una bella analisi sull’Espresso. Queste le sue conclusioni:

Servono precise condizioni.

Innanzitutto la capacità di creare valore per i lettori con quello che si scrive (da insider, come ampiezza di sguardo, profondità di opinione, qualità di curation, ecc.) . Poi serve una platform, che non si costruisce in pochi mesi. E servono competenze, talento.

E la capacità di costruire un rapporto diverso con il lettore (e qui la cosa che sappiamo per certo è che sicuramente a creare valore non è la notizia).

La tecnologia abilita nuove forme di rapporto con il tuo pubblico. Ma non determina il successo. Tocca essere bravi.

Ecco, c’è una cosa che non è cambiata. Anzi, è diventata ancora più fondamentale: tocca essere bravi. La domanda sorge spontanea, a questo punto: io, sono abbastanza bravo per diventare un brand?

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