Editori di se stessi

Ne sono sempre più convinto –e la maggior parte dei miei post dicono proprio questo –l’autorialità sarà una delle vie del futuro per coloro che vivono di scrittura e dintorni. Non l’unica ne la privilegiata, una tra le altre.

Nel nuovo sistema che si sta formando non c’è più bisogno di una figura intermedia tra chi scrive e chi legge. Così come non sono più necessari grossi capitali per pubblicare la propria opera. Potenzialmente ognuno è uno scrittore, un giornalista, un editore. Basta avere a disposizione pochissimi mezzi, una connessione alla rete e il gioco è fatto. L’attività editoriale, come dice Clay Shirky in un’intervista su Findings, non è più un lavoro ma semplicemente un tasto.

Publishing is not evolving. Publishing is going away. Because the word “publishing” means a cadre of professionals who are taking on the incredible difficulty and complexity and expense of making something public. That’s not a job anymore. That’s a button. There’s a button that says “publish,” and when you press it, it’s done

La questione centrale secondo Shirky non è “che ne sarà dell’editoria”, dato che l’intera categoria è pressoché morta, ma di quali funzioni corollarie ci sarà ancora bisogno

The question isn’t what happens to publishing — the entire category has been evacuated. The question is, what are the parent professions needed around writing? Publishing isn’t one of them. Editing, we need, desperately. Fact-checking, we need. For some kinds of long-form texts, we need designers

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In questo contesto in cui chiunque può essere editore di se stesso si crea una diversa forma di selezione di ciò che è interessante e ciò che non lo è. Una selezione operata dal basso e non più dall’alto. Un basso che non è di per sé il buono contro il cattivo di ciò che viene dall’alto (la Gente vs. il Potere). È semplice dato di fatto. Avendo a disposizione tutto il pubblico sceglie ciò che gli piace e ciò che vuole leggere. Come dice Shawn Parr

There will be a shift of power from the opinionated and capable few selecting which titles the public should read to an explosion of content where the public decides what is best to read. Old-school publishers will argue that the quality of content will decline, but all they have to do is look at the music industry to know that’s not so

Quindi, come essere tra coloro che il lettore decide di scegliere? Avendo una voce. Non una qualunque, una che sappia dire qualcosa di chiaro, di diverso, di suo. In un mondo in cui a parlare sono tutti è la capacità di raccontare qualcosa, e raccontarlo bene, che fa la differenza.
A ben vedere – ne parla Howard Tullman su Inc.– non è cambiata l’essenza della buona comunicazione, è cambiato il modo di farla. Per questo abbiamo bisogno di professionalità rinnovate per rendere presente il futuro.

Good communication has always been about the story you have to tell. That hasn’t changed. It’s just that the strategy and delivery methods have to accommodate this new audience and the environments our technologies are creating. To make your story stick, you’ve got to make it shared and special. Or, as they say at Facebook, you need to make them care and you need to make them share.

Creating compelling, immersive, interactive, collaborative, cross-disciplinary, and community- (or team-) based combinations of content and context is the only way forward.

4 thoughts on “Editori di se stessi

  1. Eh già, è proprio così… le piccole editorie stanno morendo piano piano, mentre il popolo del web 2.0 crea ogni giorno nuovi web journalist o presunti tali. Grazie al Twitter factor e alla Facebook mania, ogni cittadino “dilettante” è capace di contribuire alla discussione pubblica ed ampliare la sfera politica internazionale. E’ vero, l’importante è uscire dal coro e trovare la propria cifra distintiva. Non farsi più portatori della storia, ma essere la storia stessa.

    • Più che essere la storia stessa credo sia molto importante raccontare decisamente bene quella storia. Saper far da collante a tutte le voci e restituire un racconto unitario proprio.
      Più che spiegare o fare cronaca, dare una visione del mondo profonda e autorevole

  2. Sarei entusiasta di vedere la cultura scendere a prezzi accettabili, sarebbe bello pensare che la cultura possa costare zero (un po’ utopico), con il web forse si potrà… a lungo andare.
    Però la quantità spesso diluisce la qualità, ma questo è stato già parzialmente ottenuto dal fiorire delle pubblicazioni prodotte dalla seconda metà del ‘900 con l’effetto di riempire gli scaffali delle librerie con un sacco di porcherie.
    Più che un collante penso che il futuro vedrà proliferare figure che agiscano quali “aggregatori” in grado di diminuire il tempo necessario per trovare il tuo autore preferito.
    Penso al tempo che impiego per scovare un buon libro da leggere o un nuovo gruppo musicale o un blog da seguire… una infinità di tempo per districarmi tra polpettoni inutili o di dubbio valore (soggettivamente ai miei gusti intendo)🙂

    • Credo che verso la cultura a costo zero, o a costi molto minori, si stia già andando. Per molti è già una realtà. Certo, da questo consegue che la quantità di “prodotto culturale” aumenta notevolmente. Ma non a scapito della qualità. Come hai detto bene tu la qualità viene diluita, non cancellata.
      E, si, penso anche io che in futuro ci sarà sempre più bisogno di aggregatori che di collanti. Aggregatori però che abbiano uno stile preciso tra le cose che aggregano. In questo modo posso avere una funzione importantee.

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