Giornalisti in formaldeide

La dicotomia tra tecnica e umanesimo è finita. Siamo in un terreno ibrido in cui convivono. Non vi preoccupate, non sto per iniziare una profonda riflessione filosofica. Sto parlando più prosaicamente di giornalismo. Un settore sconvolto e legato indissolubilmente alla tecnica. O meglio, alla tecnologia.  Un settore in cui il punto  di vista di chi racconta -il fattore umano- è sempre più fondamentale rispetto alla neutralità del cronista.

È impensabile essere un giornalista e non confrontarsi con la rivoluzione portata dal web. Le armi per difendersi si stanno rivelando sempre più inefficaci. A meno che voi siate prossimi alla pensione, ve ne troverete travolti. Dobbiamo imparare a usare nuovi strumenti, conoscere nuovi linguaggi. Se già il compito non fosse di per sé difficile, bisogna combinare questi elementi per creare qualcosa di diverso. Un altro modo di dare notizie. Una forma che forse non si potrà definire nemmeno più notizia.  Manca infatti una via. Nessuno sa dove si va. Non c’è nessuna formula che risolva l’equazione nuovi media+nuove tecnologie+web+diverso ruolo dell’editoria+ridefinizione del compito del giornalista+cambiamento delle richieste del lettore. La sola possibilità è una: sperimentare. Permettendosi la possibilità di sbagliare.

Stiamo agendo con questo spirito? No. Lo ha spiegato bene Frédéric Filloux in un articolo apparso su Monday Note: il giornalismo è rimasto conservato sotto formalina dallo scorso secolo

News reporting is aging badly. Legacy newsrooms style books look stuck in a last Century formalism (I was tempted to write “formalin“). Take a newspaper, print or online. When it comes news reporting, you see the same old structure dating back to the Fifties or even earlier. For the reporter, there is the same (affected) posture of effacing his/her personality behind facts, and a stiff structure based on a string of carefully arranged paragraphs, color elements, quotes, etc.

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Di fronte alla rivoluzione in cui siamo immersi reagiamo rimanendo ancorati a meccanismi che funzionavano fino all’attimo prima che le cose iniziassero a cambiare (questo discorso si può estendere ad ogni aspetto della nostra società). Trovare modi nuovi di fare è roba da avventurosi o da chi non ha più niente da perdere. Prossimi alla morte, le si provano tutte. Ed è proprio inseguendo la sopravvivenza che si tracciano strade mai battute. Benedette siano le crisi!

In proposito Mathew Ingram ha scritto su GigaOM

one of the reasons why the only newspapers that have made significant strides tend to be ones that have gone bankrupt or are close to it, like the Journal Register Co. — in the most obvious sense, they have nothing else to lose.

Dobbiamo per forza trovarci con il culo per terra per cercare nuovi paradigmi? Ovviamente no. Dobbiamo però essere disposti a rinunciare a qualcosa in termini di sicurezza e stabilità a favore di una maggiore flessibilità (il non fare delle flessibilità precariato è un vaso che preferisco non scoperchiare). Ciò che si lascia è  ampiamente ricompensato da ciò che si guadagna. Diciamocelo, vivere in un’epoca in cui scompaiono realtà consolidate è un bel lusso. Ci obbliga ad usare una percentuale di inventiva e ingegno elevati. Siamo costretti ad un lavoro più impegnativo, libero, creativo. E possiamo costruire qualcosa di completamente diverso.

Per questo chiudo con una riflessione ottimista di Dan Kennedy da Net New Check

What I tell my students is that they are probably going to have careers very much like tech workers have had for several generations. They tend to jump from startup to startup and a lot of them will fail and some of them will be very successful. We certainly know that large legacy news organitions are going to get smaller and smaller and various types of niche startups are going to take up a bigger and bigger part of the media landscape.

I think there’s a lot of reason to be optimistic, and young journalists who are willing to try a variety of different things are going to do fine. I am fundamentally an optimist

Sullo stesso argomento puoi leggere “Perché è necessario un nuovo giornalismo”

@FrancescoAsti

Comunità. Un elemento imprescindibile per un giornalismo stabile

Un giornale non è fatto più di (sole) notizie. Un assioma. O quantomeno lo uso come se fosse tale. Se si vuole essere una testata o un giornalista del futuro –un futuro che è presente- bisogna cambiare strada. Reinventarsi in un ruolo diverso. Il servizio richiesto, e utile, non è più quello del racconto per notizie. Le informazioni oggi ci sono già, senza bisogno di passare per un giornalista e un qualsiasi media tradizionale. Il compito di informare è sempre più diffuso, distribuito, alla portata potenziale di tutti.

Cosa mi rimane dunque? Che ruolo ho ancora? Nessuno? Senza notizie sono niente, si potrebbe dire abbandonandosi a un professionalismo esistenziale. Non avrei: un senso, uno scopo. Non almeno per quello che ho conosciuto fino ad ora. Non per quello che mi hanno insegnato. La soluzione più immediata sarebbe il suicidio (professionale). L’esistenzialismo è una brutta bestia però. Ascoltarlo non mi fa vedere che dove è scomparso un senso ne sono arrivati altri. Lontani, non chiari, ma ci sono. Questo è l’importante.

L’informazione locale dietro la sagoma del vecchio dio giornalistico ucciso a colpi di blog, tweet ed altre diavolerie informatiche, vede una strada senz’altro più stretta ma ricca di possibilità. Ci sarà posto per meno professionisti, ci sarà più posto per la comunità. Meno professionalità non significa meno qualità. Professionista lo si è perché si viene pagati per quello che si fa. Nessuna legge fisica impedisce che un appassionato faccia meglio di me, professionista.

Va bene lascio da parte le dispute sul sesso degli angeli per altri momenti. Torno all’argomento centrale: la comunità. Già. Qui sta una delle possibili chiavi di sopravvivenza del giornalismo locale. Volenti o nolenti, sempre più si dovrà tener conto dei lettori e farli partecipare al processo della produzione di informazioni. I lettori non saranno più tali, saranno qualcosa d’altro. Attivi, non passivi. Il fatto stesso di chiamarli ancora lettori indica un’incapacità del mio linguaggio di designare qualcosa che già esiste ma ancora non riesco a cogliere appieno.

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Per questo il giornale locale –e pure quello su scala nazionale, seppur in maniera differente- dovrà trasformarsi in qualcosa di simile al nodo di una rete. Un centro tra tanti che raccoglie, filtra, diffonde, crea incontri, produce senza essere l’unico produttore. Una redazione su piazza pubblica. O, come ha scritto Sergio Maistrello, un hub.

Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

La relazione è quindi il principale scopo che si dà. Chiunque opera sulla rete deve darselo. Una relazione che non è più conoscere il politico o il personaggio di turno. Sarà ancora necessario ma non fondamentale. Ciò che si deve costruire sono connessioni in grado di creare una vero e proprio tessuto sociale. Se non ho condivisione e interscambio con la comunità, in senso vasto, poco mi servirà avere ottimi rapporti con il sindaco, tutta la giunta e ogni persona che “conta” nella mia città.

Per citare nuovamente Sergio Maistrello

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Svincolarsi dalle logiche passate. Non buttando al macero tutto ma togliendo quello che più non funziona, per sostituirlo con competenze che hanno una maggiore presa sulla realtà, oggi. Se il mondo cambia non posso pretendere di rimanere immutato. O cambio il mondo o cambio io o, perché no, posso provare a cambiare entrambe le cose. Fossilizzarmi sulle mie convinzioni serve a poco. Devo accettare che il mio ruolo sia un altro, mutato, dai contorni sfumati. Così come posso continuare a pretendere che io continui ad avere anche una funzione sociale.

Ma quale è questo compito allora? Se lo sapessi con sicurezza avrei un gruzzolo consistente in tasca e un’equa distribuzione di lodi e invidia dai quattro angoli del globo giornalistico. Per una risposta del genere ho solo ipotesi, come tanti. Chi trova quella giusta è alla fine chi sperimenta. Chi sperimenta è chi trova il suo nuovo ruolo. Farsi perno di una comunità mi sembra una delle migliori vie da battere. Come farlo è uno degli intenti che mi\ti\ci –usate il pronome che volete- spetta per il prossimo futuro.

Sullo stesso tema: 5 spunti per l’informazione locale

Twitter: @FrancescoAsti

Prova a brand-ermi

Un brand. Forse dovrei diventare un brand.

Mettiamo subito da parte le teorie cospirazioniste: non siamo né su un programma di Giacobbo né in un libro di Orwell. Non ci sono cattivoni che mi hanno reso un’inerme merce di scambio dei loro giochi di potere. Il mio dubbio è serio: internet ha aperto, tra i  tanti, uno scenario in cui è il nome a fare la differenza. Nome mio proprio: me stesso©. La mia autorevolezza non dipende dalla testata per cui scrivo. Consegue da quello che ho da dire e dal modo in cui lo dico. Bisogna diventare una voce o, come  ha scritto Tomas Chomorra-Premuzic sull’Harvard Business review, “essere un segnale nel rumoroso universo del capitale umano”.

Sto saltando, però, subito alle conclusioni. E’ meglio che torni alle premesse, e parta da alcuni constatazioni.

Le notizie, oggi, hanno un valore diverso da quello dell’era pre-internet. Allora, per giornali, televisione, e classici media, raccontare cosa era successo, era fondamentale. Erano il principale canale di informazione. Adesso, lo è, potenzialmente, ognuno di noi. Basta avere una connessione internet e un telefonino, e si può fare cronaca in tempo reale di un avvenimento.

Sempre più canali ufficiali -attraverso facebook, twitter, un sito apposito-  bypassano i media e danno direttamente le notizie.

Sulla rete, c’è un flusso di notizie ininterrotto.

Se vuole competere con tutto questo, chi lavora nel mondo dell’informazione, deve concentrarsi sulla velocità degli aggiornamenti e sul continuo monitoraggio di tutte le possibile fonti –territorio, quest’ultimo, che si è ampliato a dismisura arrivando a comprendere all’incirca il mondo intero- Da una parte si guadagna in quantità, dall’altra si perde in qualità. Approfondire ed essere continuamente sulla notizia, dovendola raccontare in presa diretta, sono due aspetti che mal si conciliano. Seguendo questo passo, il lavoro di un giornale potrebbe diventare assimilabile a quello di un’agenzia di stampa, un po’ più elaborata nel modo in cui confeziona i pezzi. Sascha Lobo, sul Der Spiegel, ha definito questo meccanismo pressione della fluidificazione.

Perché dovrei leggere una notizia dal sito di un dato giornale, piuttosto che da quello di un altro? Se ciò che mi si da è il racconto, cronachistico, di quello che è stato, non fa molta differenza trovarlo da una parte o da un’altra. Uso come fonte d’informazione Il Corriere della Sera, ma solo per abitudine. Potrei trovare la stessa cosa che cercavo facendo una ricerca su Google, una volta appresa la notizia da qualcuno che seguo su un social network, ad esempio.
Come mostra Pier Luca Santoro, il traffico per le testate di informazione in internet arriva principalmente dai motori di ricerca. Un chiaro esempio di come il mio ragionamento non è molto diverso da quello dell’utente medio. Pier Luca Santoro scrive in proposito:

Google resta di gran lunga il principale riferimento per generare traffico ai siti delle testate d’informazione con un numero di utenti che per tutto il 2012 è sempre stato abbondantemente superiore.

Dati che, nella mia interpretazione, hanno una doppia valenza. Da un lato evidenziano una bassa fedeltà alla testata. I lettori, le persone, cercano la notizia e non la fonte specifica. Dall’altro lato l’ennesimo ridimensionamento per le testate tradizionali di quello che Frédéric Filloux sapientemente aveva definito “sharing mirage” frutto, su questo sì non ho dubbi, di un utilizzo dei social media come semplice amplificatore, come megafono e non come mezzo di ascolto e di relazione con le persone.

Un giornale, e un giornalista, devono rassegnarsi all’idea che il loro lavoro perderà sempre più valore, per i lettori. O forse no?

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Torniamo all’inizio, alle conclusioni.

Rimane un’importantissima funzione per le testate e per chi scrive: avere un visione del mondo. Se le notizie posso averle da chiunque, ciò che non posso avere è un’interpretazione di una realtà complessa. Ed è su questo punto che i mezzi d’informazione latitano. La loro reazione a internet non è stata cambiare, è stata inglobare qualcosa di diverso pretendendo di rimanere uguali. Ma, per quanto una redazione sia corposa, non potrà mai arrivare a coprire l’intero mondo 24 ore su 24. Battagliare sul campo delle notizie in tempo reale, non ha alcun senso. I risultati sono quelli di non fidelizzare un lettore e di spostarlo, anzi, verso un mezzo che lo fa molto meglio di ogni altro. Se, invece, si prova a cambiare e sperimentare, puntando più sulla qualità che sulla quantità, sull’approfondimento di alcune cose anziché sul raccontare tutto quello che è successo, i risultati potrebbero essere diversi. E i dati sembrano confermarlo -Ben inteso: questa, è solo una via, una delle tante possibili da esplorare. La ricetta non è certa-

Ecco perché sto pensando di diventare un brand. Essere una voce, dare valore, potrebbe essere una delle carte di successo nel futuro dell’informazione, ma non solo. Una funzione che possono avere anche quotidiani on line e siti (numerosi sono gli esempi). La maggior parte però, sono dei vecchi mastodonti che faticano a muoversi e a reinventarsi. E’ per questo che la soluzione più efficace e rapida, potrebbe essere quella di muoversi in prima persona.

A tal proposito è interessante il caso di  Andrew Sullivan. Giuseppe Granieri ne ha fatto una bella analisi sull’Espresso. Queste le sue conclusioni:

Servono precise condizioni.

Innanzitutto la capacità di creare valore per i lettori con quello che si scrive (da insider, come ampiezza di sguardo, profondità di opinione, qualità di curation, ecc.) . Poi serve una platform, che non si costruisce in pochi mesi. E servono competenze, talento.

E la capacità di costruire un rapporto diverso con il lettore (e qui la cosa che sappiamo per certo è che sicuramente a creare valore non è la notizia).

La tecnologia abilita nuove forme di rapporto con il tuo pubblico. Ma non determina il successo. Tocca essere bravi.

Ecco, c’è una cosa che non è cambiata. Anzi, è diventata ancora più fondamentale: tocca essere bravi. La domanda sorge spontanea, a questo punto: io, sono abbastanza bravo per diventare un brand?