Non abbassate il volume, scegliete meglio cosa ascoltare

L’information overload, ovvero il sovraccarico di informazioni, è uno dei più grandi problemi che genererebbe il web. Una mole di notizie continua che creerebbe un rumore di fondo da cui è impossibile, o estremamente difficile, distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, ciò che è rilevante da ciò che non lo è, ciò che è una notizia da ciò che non lo è.

Il problema però non sussisite. Non si deve infatti guardare alla quantità ma al modo di rapportarsi alle informazioni. Usiamo ancora un metodo creato per  un modello di comunicazione pre-internet. Ora questi schemi non sono più funzionali, dovremmo concentrarci maggiormente sulla nostra incapacità di interpretare la modernità anziché scaricare la colpa della nostra inadeguatezza sui prodotti tipici di questa era.

Come ha detto Giuseppe Granieri in un suo recente post si costruisce

il problema intorno alla quantità di informazione invece che intorno alla necessità di una nuova educazione.

Paul A. Laudicina ha scritto  recentemente un articolo sul Wall Strett Journal in cui spiega ottimamente la questione indicando opportune strategie per vincere (e smascherare) il problema dell’information overload.

La tentazione è non prestare più attenzione a ciò che non puoi controllare (che è all’incirca ogni cosa), e concentrarti sulle poche cose che puoi controllare -dal comfort del tuo bozzolo. Ma credo che fare una media diet non sia realistico ne produttivo. Nel mondo complesso di oggi, hai bisogno di essere un talent scout e un onnivoro delle informazioni, e idealmente un onnivoro del discernimento.

E conclude:

Il futuro appartiene a coloro che imparano a variare la propria dieta informativa, che sanno ascoltare gli importanti -ma poco evidenti- segnali deboli. A coloro che si addentrano nel mondo per scoprire le persone interessanti, le idee illuminanti e i posti, i prodotti e i servizi di cui hanno bisogno

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La serendipità della rete

E’ di poche settimane fa il rapporto di Censis e Ucsi sulla comunicazione intitolato “I media siamo noi”. La ricerca rivela una presenza sempre più numerosa degli italiani sul web. Un Italia 2.0 come l’ha definita Gianni Riotta sulle pagine de La Stampa. Sebbene possa suonare come la scoperta dell’acqua calda, in realtà tutto ciò rivela l’atavico ritardo del nostro paese in questo campo. Solo dal 2011 la presenza di italiani sul web supera il 50%.

Il radicale mutamento che questo comporta viene colto dal Censis:

L’individuo si specchia nei media (ne è il contenuto) creati dall’individuo stesso (che ne è anche il produttore). Siamo noi stessi a costruirci i nostri palinsesti multimediali personali, tagliati su misura in base alle nostre esigenze e preferenze. E noi stessi realizziamo di continuo contenuti digitali che, grazie a Internet, rendiamo disponibili in molti modi.

Non pronto però alla portata rivoluzionaria delle sue stesse conclusioni, fa cadere l’accento sul pericolo del conformismo dell’informazione

Non è il bisogno d’informazione a essere diminuito, ma le strade percorse per acquisire le notizie sono cambiate. La tendenza a personalizzare l’accesso alle fonti e la selezione dei contenuti comporta però il rischio che si crei su ogni desktop, telefonino o tablet un giornale composto solo dalle notizie che l’utente vuole conoscere. È il rischio del solipsismo di Internet: la rete come strumento nel quale si cercano le conferme di opinioni, gusti, preferenze che già si possiedono; il conformismo come risultato dell’autoreferenzialità dell’accesso alle fonti d’informazione

Quello che dice l’Istituo di ricerca è un problema reale. Intercettare e registrare i gusti del internauta è uno dei principali compiti che si pongono motori di ricerca e social network per garantire un’esperienza più personale. Uno dei contro di questa logica è che tendenzialmente a chi naviga si dà ciò che è di proprio gusto, ciò che vuole sentirsi dire. Pensare però che l’utente sia inerme di fronte alla rete è sbagliato. La rivoluzione  culturale portata da internet implica che il lettore sia anche produttore di contenuti e, in quanto tale, assumere uno dei ruoli fondamentali dei questo ruolo: il filtro. Selezionare e cercare i canali di informazione ritenuti più affidabili nella massa di notizie che prolificano in rete. Da qui uno può scegliere di prendere solo ciò che è conforme alle proprie idee. Il meccanismo funziona da più di un secolo: si comprano giornali cartacei più affini al proprio credo politico o alla propria visione delle cose. Non è una regola, ma una pratica molto diffusa che non nasce con lo strumento web.

Senza dimenticare che con i social media non viene meno la sorpesa, l’elemento di serendipità fondamentale nella scoperta di una cosa diversa da quella che stavamo cercando. Ne hanno parlato Jeff Jarvis e Mathew Ingram su GigaOm