Comunità. Un elemento imprescindibile per un giornalismo stabile

Un giornale non è fatto più di (sole) notizie. Un assioma. O quantomeno lo uso come se fosse tale. Se si vuole essere una testata o un giornalista del futuro –un futuro che è presente- bisogna cambiare strada. Reinventarsi in un ruolo diverso. Il servizio richiesto, e utile, non è più quello del racconto per notizie. Le informazioni oggi ci sono già, senza bisogno di passare per un giornalista e un qualsiasi media tradizionale. Il compito di informare è sempre più diffuso, distribuito, alla portata potenziale di tutti.

Cosa mi rimane dunque? Che ruolo ho ancora? Nessuno? Senza notizie sono niente, si potrebbe dire abbandonandosi a un professionalismo esistenziale. Non avrei: un senso, uno scopo. Non almeno per quello che ho conosciuto fino ad ora. Non per quello che mi hanno insegnato. La soluzione più immediata sarebbe il suicidio (professionale). L’esistenzialismo è una brutta bestia però. Ascoltarlo non mi fa vedere che dove è scomparso un senso ne sono arrivati altri. Lontani, non chiari, ma ci sono. Questo è l’importante.

L’informazione locale dietro la sagoma del vecchio dio giornalistico ucciso a colpi di blog, tweet ed altre diavolerie informatiche, vede una strada senz’altro più stretta ma ricca di possibilità. Ci sarà posto per meno professionisti, ci sarà più posto per la comunità. Meno professionalità non significa meno qualità. Professionista lo si è perché si viene pagati per quello che si fa. Nessuna legge fisica impedisce che un appassionato faccia meglio di me, professionista.

Va bene lascio da parte le dispute sul sesso degli angeli per altri momenti. Torno all’argomento centrale: la comunità. Già. Qui sta una delle possibili chiavi di sopravvivenza del giornalismo locale. Volenti o nolenti, sempre più si dovrà tener conto dei lettori e farli partecipare al processo della produzione di informazioni. I lettori non saranno più tali, saranno qualcosa d’altro. Attivi, non passivi. Il fatto stesso di chiamarli ancora lettori indica un’incapacità del mio linguaggio di designare qualcosa che già esiste ma ancora non riesco a cogliere appieno.

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Per questo il giornale locale –e pure quello su scala nazionale, seppur in maniera differente- dovrà trasformarsi in qualcosa di simile al nodo di una rete. Un centro tra tanti che raccoglie, filtra, diffonde, crea incontri, produce senza essere l’unico produttore. Una redazione su piazza pubblica. O, come ha scritto Sergio Maistrello, un hub.

Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

La relazione è quindi il principale scopo che si dà. Chiunque opera sulla rete deve darselo. Una relazione che non è più conoscere il politico o il personaggio di turno. Sarà ancora necessario ma non fondamentale. Ciò che si deve costruire sono connessioni in grado di creare una vero e proprio tessuto sociale. Se non ho condivisione e interscambio con la comunità, in senso vasto, poco mi servirà avere ottimi rapporti con il sindaco, tutta la giunta e ogni persona che “conta” nella mia città.

Per citare nuovamente Sergio Maistrello

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Svincolarsi dalle logiche passate. Non buttando al macero tutto ma togliendo quello che più non funziona, per sostituirlo con competenze che hanno una maggiore presa sulla realtà, oggi. Se il mondo cambia non posso pretendere di rimanere immutato. O cambio il mondo o cambio io o, perché no, posso provare a cambiare entrambe le cose. Fossilizzarmi sulle mie convinzioni serve a poco. Devo accettare che il mio ruolo sia un altro, mutato, dai contorni sfumati. Così come posso continuare a pretendere che io continui ad avere anche una funzione sociale.

Ma quale è questo compito allora? Se lo sapessi con sicurezza avrei un gruzzolo consistente in tasca e un’equa distribuzione di lodi e invidia dai quattro angoli del globo giornalistico. Per una risposta del genere ho solo ipotesi, come tanti. Chi trova quella giusta è alla fine chi sperimenta. Chi sperimenta è chi trova il suo nuovo ruolo. Farsi perno di una comunità mi sembra una delle migliori vie da battere. Come farlo è uno degli intenti che mi\ti\ci –usate il pronome che volete- spetta per il prossimo futuro.

Sullo stesso tema: 5 spunti per l’informazione locale

Twitter: @FrancescoAsti

Prova a brand-ermi

Un brand. Forse dovrei diventare un brand.

Mettiamo subito da parte le teorie cospirazioniste: non siamo né su un programma di Giacobbo né in un libro di Orwell. Non ci sono cattivoni che mi hanno reso un’inerme merce di scambio dei loro giochi di potere. Il mio dubbio è serio: internet ha aperto, tra i  tanti, uno scenario in cui è il nome a fare la differenza. Nome mio proprio: me stesso©. La mia autorevolezza non dipende dalla testata per cui scrivo. Consegue da quello che ho da dire e dal modo in cui lo dico. Bisogna diventare una voce o, come  ha scritto Tomas Chomorra-Premuzic sull’Harvard Business review, “essere un segnale nel rumoroso universo del capitale umano”.

Sto saltando, però, subito alle conclusioni. E’ meglio che torni alle premesse, e parta da alcuni constatazioni.

Le notizie, oggi, hanno un valore diverso da quello dell’era pre-internet. Allora, per giornali, televisione, e classici media, raccontare cosa era successo, era fondamentale. Erano il principale canale di informazione. Adesso, lo è, potenzialmente, ognuno di noi. Basta avere una connessione internet e un telefonino, e si può fare cronaca in tempo reale di un avvenimento.

Sempre più canali ufficiali -attraverso facebook, twitter, un sito apposito-  bypassano i media e danno direttamente le notizie.

Sulla rete, c’è un flusso di notizie ininterrotto.

Se vuole competere con tutto questo, chi lavora nel mondo dell’informazione, deve concentrarsi sulla velocità degli aggiornamenti e sul continuo monitoraggio di tutte le possibile fonti –territorio, quest’ultimo, che si è ampliato a dismisura arrivando a comprendere all’incirca il mondo intero- Da una parte si guadagna in quantità, dall’altra si perde in qualità. Approfondire ed essere continuamente sulla notizia, dovendola raccontare in presa diretta, sono due aspetti che mal si conciliano. Seguendo questo passo, il lavoro di un giornale potrebbe diventare assimilabile a quello di un’agenzia di stampa, un po’ più elaborata nel modo in cui confeziona i pezzi. Sascha Lobo, sul Der Spiegel, ha definito questo meccanismo pressione della fluidificazione.

Perché dovrei leggere una notizia dal sito di un dato giornale, piuttosto che da quello di un altro? Se ciò che mi si da è il racconto, cronachistico, di quello che è stato, non fa molta differenza trovarlo da una parte o da un’altra. Uso come fonte d’informazione Il Corriere della Sera, ma solo per abitudine. Potrei trovare la stessa cosa che cercavo facendo una ricerca su Google, una volta appresa la notizia da qualcuno che seguo su un social network, ad esempio.
Come mostra Pier Luca Santoro, il traffico per le testate di informazione in internet arriva principalmente dai motori di ricerca. Un chiaro esempio di come il mio ragionamento non è molto diverso da quello dell’utente medio. Pier Luca Santoro scrive in proposito:

Google resta di gran lunga il principale riferimento per generare traffico ai siti delle testate d’informazione con un numero di utenti che per tutto il 2012 è sempre stato abbondantemente superiore.

Dati che, nella mia interpretazione, hanno una doppia valenza. Da un lato evidenziano una bassa fedeltà alla testata. I lettori, le persone, cercano la notizia e non la fonte specifica. Dall’altro lato l’ennesimo ridimensionamento per le testate tradizionali di quello che Frédéric Filloux sapientemente aveva definito “sharing mirage” frutto, su questo sì non ho dubbi, di un utilizzo dei social media come semplice amplificatore, come megafono e non come mezzo di ascolto e di relazione con le persone.

Un giornale, e un giornalista, devono rassegnarsi all’idea che il loro lavoro perderà sempre più valore, per i lettori. O forse no?

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Torniamo all’inizio, alle conclusioni.

Rimane un’importantissima funzione per le testate e per chi scrive: avere un visione del mondo. Se le notizie posso averle da chiunque, ciò che non posso avere è un’interpretazione di una realtà complessa. Ed è su questo punto che i mezzi d’informazione latitano. La loro reazione a internet non è stata cambiare, è stata inglobare qualcosa di diverso pretendendo di rimanere uguali. Ma, per quanto una redazione sia corposa, non potrà mai arrivare a coprire l’intero mondo 24 ore su 24. Battagliare sul campo delle notizie in tempo reale, non ha alcun senso. I risultati sono quelli di non fidelizzare un lettore e di spostarlo, anzi, verso un mezzo che lo fa molto meglio di ogni altro. Se, invece, si prova a cambiare e sperimentare, puntando più sulla qualità che sulla quantità, sull’approfondimento di alcune cose anziché sul raccontare tutto quello che è successo, i risultati potrebbero essere diversi. E i dati sembrano confermarlo -Ben inteso: questa, è solo una via, una delle tante possibili da esplorare. La ricetta non è certa-

Ecco perché sto pensando di diventare un brand. Essere una voce, dare valore, potrebbe essere una delle carte di successo nel futuro dell’informazione, ma non solo. Una funzione che possono avere anche quotidiani on line e siti (numerosi sono gli esempi). La maggior parte però, sono dei vecchi mastodonti che faticano a muoversi e a reinventarsi. E’ per questo che la soluzione più efficace e rapida, potrebbe essere quella di muoversi in prima persona.

A tal proposito è interessante il caso di  Andrew Sullivan. Giuseppe Granieri ne ha fatto una bella analisi sull’Espresso. Queste le sue conclusioni:

Servono precise condizioni.

Innanzitutto la capacità di creare valore per i lettori con quello che si scrive (da insider, come ampiezza di sguardo, profondità di opinione, qualità di curation, ecc.) . Poi serve una platform, che non si costruisce in pochi mesi. E servono competenze, talento.

E la capacità di costruire un rapporto diverso con il lettore (e qui la cosa che sappiamo per certo è che sicuramente a creare valore non è la notizia).

La tecnologia abilita nuove forme di rapporto con il tuo pubblico. Ma non determina il successo. Tocca essere bravi.

Ecco, c’è una cosa che non è cambiata. Anzi, è diventata ancora più fondamentale: tocca essere bravi. La domanda sorge spontanea, a questo punto: io, sono abbastanza bravo per diventare un brand?

Volevo solo essere banale

Chiamiamo nostra mamma al telefono, entusiasti: “Mi faccio un caffè!”. Cerchiamo un amico appositamente per dirgli “Guarda la pasta che mi sono preparato per pranzo”. Incontriamo un conoscente (se il nostro rapporto con lui è sempre stato superficiale, c’è un motivo e lo sappiamo) e gli parliamo delle nostre disavventure amorose.

Descritte così sono situazioni assurde, eppure racconti come questi li facciamo continuamente, senza nemmeno chiederci se hanno una qualche rilevanza per qualcuno che non sia noi. Portiamo un episodio qualunque di questi nell’ambito di un social network: succede ogni secondo. Le foto che uplodiamo su Instagram, gli aggiornamenti di stato di Facebook, un tweet. Condividiamo moltissimi aspetti delle nostre vite in tempo reale, appoggiandoci a strumenti che ci permettono di farlo.

Da quando le nostre esistenze sono cosi interessanti da diventare dei racconti avvincenti, originali, ben scritti anche nei suoi aspetti più insignificanti e banali?

Loggandosi a Facebook ci si trova davanti un flusso di vite eccezionali. A tutti non capita quello che capita a tutti. Ogni cosa che ci succede è degna di essere detta a un centinaio x di contatti. Oltre ai miei due migliori amici, con cui ieri sera ho passato il trentacinquesimo sabato sera fantastico su trentacinque,  ogni mio contatto è interessato a “Serata fantastica in compagnia di Tizio e Caio!”. Passare una bella serata è un evento così eccezionale da dover essere condiviso col mondo.

Il valore di molte esperienze è traslato dall’essere rilevante per me e la mia cerchia di affetti, a esserlo per l’universo. Siamo al centro di un costante racconto di noi stessi in cui non c’è spazio per le cose normali. Quelle o si caricano di senso, rendendole così rilevanti da poter essere condivise, oppure non possono trovare spazio nelle scrittura in tempo reale della nostra autobiografia.

Questa è una caratteristica su cui si basano i social network. Tutti però, bene o male, consentono di avere qualcosa in più di una semplice vetrina unita a servizi che si possono trovare da qualunque altro parte. Tutti, tranne uno. C’è un piccolo, insignificante, cavilloso baco nel tuo simpaticissimo mondo Mark: se sono semplicemente uno come tanti, che me ne faccio di Facebook?

L’erba del vicino è sempre più social

E se i social network oltre a collegare persone ai capi estremi del mondo mettessero in contatto anche chi vive sullo stesso pianerottolo? Se la mancanza di relazioni con chi è più prossimo, e la difficoltà di aggregazione di comunità iperlocali, fosse, almeno  in parte, contrastata da questi strumenti? La rete, pur avendo nella sua essenza dinamiche globali, favorisce la creazioni e la proliferazione di nicchie e di community iperspecialistiche. Non solo sulla base di interessi comuni ma partendo anche da uno spazio condiviso. Si può prendere il quartiere di una città e creare una rete in cui ci sono tutti i suoi abitanti. Da qui costruire tutta una serie di interazioni che possono passare dal semplice chiedere o dare in prestito qualcosa (un film, un libro, etc.), alla risoluzione di qualche problema domestico (“Ho un tubo che perde, qualcuno sa come ripararlo?”), al prendere decisioni condivise su questioni che riguardano tutti, come quale tipo di illuminazione adottare per una strada.  Un ampio spettro di possibilità che vanno da una versione 2.0 del “Ho finito lo zucchero, ne hai un po’ da prestarmi?”, a vere e proprie forme di democrazia partecipativa in cui viene deliberata dalla popolazione di una determinata zona una scelta da compiere in una materia che riguarda la comunità, senza dover demandare a qualche rappresentante. Releazioni virtuali e al contempo fisiche favorite proprio dalla condivisione di spazi comuni e dalla prossimità in cui tutti gli utenti si trovano. Un modo, appunto, di tornare a formare comunità condominiali, di quartiere, cittadine, grazie all’uso delle nuove tecnologie.

Alcuni social network sono già nati a questo scopo. StreetBank è un sito che permette di condividere e prendere in prestito cose dal proprio vicinato. Basta inserire il proprio codice postale, digitare ciò di cui abbiamo bisogno (anche qualcuno con una particolare capacità che ci sarebbe utile) e si vedrà apparire una lista di chiunque abbia ciò che stiamo cercando nel raggio di un miglio intorno a noi.

Puoi avere accesso a una vasta quantità di cose che le persone nel tuo vicinato prestano o danno via, e puoi accettare offerte di aiuto che hanno fatto. Per esempio, se tu metti un Dvd puoi avere accesso a un’intera collezione di Dvd.

Proprio come era una volta?

Si, ai vecchi tempi

Un altro esempio interessante è FixMyStreet, un servizio che si pone come obiettivo quello di ridurre le distanze tra cittadini e politica. Il sito infatti aiuta le persone a denunciare, far vedere e discutere problemi con il loro consiglio locale permettendo di visualizzarli  semplicemente attraverso la localizzazione su una mappa. Principalmente FixMyStreet si occupa di cose rotte, sporche, danneggiate, oggetti scaricati abusivamente o abbandonati che necessitano di essere riparati, puliti…

Due idee che mostrano le potenzialità dei social e la loro flessibilità di utilizzo. Strumenti malleabili capaci di adattarsi alle varie esigenze per cui possono essere creati.

Per vederli altri modelli: How online network can transform communities

Non abbassate il volume, scegliete meglio cosa ascoltare

L’information overload, ovvero il sovraccarico di informazioni, è uno dei più grandi problemi che genererebbe il web. Una mole di notizie continua che creerebbe un rumore di fondo da cui è impossibile, o estremamente difficile, distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, ciò che è rilevante da ciò che non lo è, ciò che è una notizia da ciò che non lo è.

Il problema però non sussisite. Non si deve infatti guardare alla quantità ma al modo di rapportarsi alle informazioni. Usiamo ancora un metodo creato per  un modello di comunicazione pre-internet. Ora questi schemi non sono più funzionali, dovremmo concentrarci maggiormente sulla nostra incapacità di interpretare la modernità anziché scaricare la colpa della nostra inadeguatezza sui prodotti tipici di questa era.

Come ha detto Giuseppe Granieri in un suo recente post si costruisce

il problema intorno alla quantità di informazione invece che intorno alla necessità di una nuova educazione.

Paul A. Laudicina ha scritto  recentemente un articolo sul Wall Strett Journal in cui spiega ottimamente la questione indicando opportune strategie per vincere (e smascherare) il problema dell’information overload.

La tentazione è non prestare più attenzione a ciò che non puoi controllare (che è all’incirca ogni cosa), e concentrarti sulle poche cose che puoi controllare -dal comfort del tuo bozzolo. Ma credo che fare una media diet non sia realistico ne produttivo. Nel mondo complesso di oggi, hai bisogno di essere un talent scout e un onnivoro delle informazioni, e idealmente un onnivoro del discernimento.

E conclude:

Il futuro appartiene a coloro che imparano a variare la propria dieta informativa, che sanno ascoltare gli importanti -ma poco evidenti- segnali deboli. A coloro che si addentrano nel mondo per scoprire le persone interessanti, le idee illuminanti e i posti, i prodotti e i servizi di cui hanno bisogno

La serendipità della rete

E’ di poche settimane fa il rapporto di Censis e Ucsi sulla comunicazione intitolato “I media siamo noi”. La ricerca rivela una presenza sempre più numerosa degli italiani sul web. Un Italia 2.0 come l’ha definita Gianni Riotta sulle pagine de La Stampa. Sebbene possa suonare come la scoperta dell’acqua calda, in realtà tutto ciò rivela l’atavico ritardo del nostro paese in questo campo. Solo dal 2011 la presenza di italiani sul web supera il 50%.

Il radicale mutamento che questo comporta viene colto dal Censis:

L’individuo si specchia nei media (ne è il contenuto) creati dall’individuo stesso (che ne è anche il produttore). Siamo noi stessi a costruirci i nostri palinsesti multimediali personali, tagliati su misura in base alle nostre esigenze e preferenze. E noi stessi realizziamo di continuo contenuti digitali che, grazie a Internet, rendiamo disponibili in molti modi.

Non pronto però alla portata rivoluzionaria delle sue stesse conclusioni, fa cadere l’accento sul pericolo del conformismo dell’informazione

Non è il bisogno d’informazione a essere diminuito, ma le strade percorse per acquisire le notizie sono cambiate. La tendenza a personalizzare l’accesso alle fonti e la selezione dei contenuti comporta però il rischio che si crei su ogni desktop, telefonino o tablet un giornale composto solo dalle notizie che l’utente vuole conoscere. È il rischio del solipsismo di Internet: la rete come strumento nel quale si cercano le conferme di opinioni, gusti, preferenze che già si possiedono; il conformismo come risultato dell’autoreferenzialità dell’accesso alle fonti d’informazione

Quello che dice l’Istituo di ricerca è un problema reale. Intercettare e registrare i gusti del internauta è uno dei principali compiti che si pongono motori di ricerca e social network per garantire un’esperienza più personale. Uno dei contro di questa logica è che tendenzialmente a chi naviga si dà ciò che è di proprio gusto, ciò che vuole sentirsi dire. Pensare però che l’utente sia inerme di fronte alla rete è sbagliato. La rivoluzione  culturale portata da internet implica che il lettore sia anche produttore di contenuti e, in quanto tale, assumere uno dei ruoli fondamentali dei questo ruolo: il filtro. Selezionare e cercare i canali di informazione ritenuti più affidabili nella massa di notizie che prolificano in rete. Da qui uno può scegliere di prendere solo ciò che è conforme alle proprie idee. Il meccanismo funziona da più di un secolo: si comprano giornali cartacei più affini al proprio credo politico o alla propria visione delle cose. Non è una regola, ma una pratica molto diffusa che non nasce con lo strumento web.

Senza dimenticare che con i social media non viene meno la sorpesa, l’elemento di serendipità fondamentale nella scoperta di una cosa diversa da quella che stavamo cercando. Ne hanno parlato Jeff Jarvis e Mathew Ingram su GigaOm