Lo scandalo NSA e la stupidità della raccolta dei dati

nsa-memePiù di che fine abbia fatto Edward Snowdon o dell’allarme per la violazione della mia privacy, la domanda dopo lo scandalo NSA è: ma che se ne fanno dei miei dati?

Sono una miniera di informazioni per il marketing, certo. Poter mappare in maniera precisa i miei gusti, le mie abitudini, i posti che frequento, che tipo di prodotti prediligo, permette a chi deve vendere o fare pubblicità di avere profili talmente dettagliati da poter andare quasi a colpo sicuro. Anziché dover faticare per creare desideri e bisogni, le industrie oggi hanno la possibilità di sapere quali sono e assecondarli.

I dati sono certamente importanti per una politica “spinta” di sicurezza, il settore che riguarda più specificamente il caso NSA e il progetto Prism . Qui la loro raccolta serve per poter prevenire eventuali atti di terrorismo o altri reati gravi. Non interessano tanto quelli che sono i miei gusti per propormi quanto  conoscere mie intenzioni malevole, ammesso che ne abbia.

Ma sono poi così interessanti i miei dati? Mettiamo che ciò che passa giornalmente di mio nella rete sia 100. A essere presuntuosi, ciò che può rivelarsi utile per l’NSA o qualunque industria che voglia  profilarmi è si e no 50.

Non sono un criminale, e non ho intenzione in un prossimo futuro di esserlo. La NSA, o chi per lei, ha ben poco per cui temermi. Nel loro database ci sarà quella volta che ho rubato una mela al fruttivendolo e poi un mare di roba banale, di vita quotidiana in cui non 130ccad5ba3c4a979ef29816075bc787succede nulla se non normale amministrazione e cose belle e interessanti solo per me che quella cose le vivo. A meno che alla NSA lavorino i più grandi voyeur del mondo, nel giro di breve si stancheranno  di osservarmi, se lo fanno. Continueranno a raccogliere dati su di me e li terranno in un server a prendere polvere virtuale, ignorati.

Di tutti questi dati qualcosa in più se ne farà il marketing. Ma anche qui non oso immaginare la mole di quelli raccolti che non servono proprio a nulla. Tra le cose di cui parlo, le cose che faccio, le persone con cui mi relaziono c’è una quantità enorme di informazioni che uscite dal cerchio ristretto in cui hanno importanza, diventano insignificanti.

Il modo in cui vengono raccolti i dati è altamente stupido. Una logica meramente quantitativa in cui per interesse in una piccola parte si prende tutto. Mi piace la ciliegina su quella torta, allora me la mangio per intero. Che a me interessasse solo la ciliegina e mangio due chili di dolce per farlo, poco importa.

La privacy è un bel problema. Che qualcuno raccolga informazioni su di me a mia insaputa o dietro tacito consenso mi dà parecchio fastidio.  Se per farlo si usa un meccanismo sostanzialmente stupido e cieco, questo mi dà ancor più sui nervi -parlavo di meccanismi stupidi di internet già qui Se volete profilarmi almeno fatelo bene. Prendete ciò che vi serve e risparmiatevi quel miliardo di cose che vi saranno sempre inutili.

Per dimostrare quanto progetti come Prism siano di per sé idioti basta guardare un’iniziativa come Troll the NSA. Sfruttando proprio la raccolta indiscriminata, Troll the NSA si è proposta di mandare mail o fare chiamate contenenti un testo preimpostato del tutto innocuo ma pieno di parole ritenute pericolose. Compiendo in molti questa azione in contemporanea si punta  a mandare in sovraccarico Prism.

Per un’analisi sulla privacy leggi questo articolo di Valigia Blu: Perché lo scandalo americano datagate ci riguarda da vicino

Accettalo, perderai quasi tutto

C’è un limite intrinseco a qualunque futuro verso cui ci muoveremo. Ed è già ben presentetumblr_mm219fgiQ31sp4ggqo1_500 sotto i nostri occhi, chiaro. Lo è sempre stato. Il limite è il tempo.

Lo streaming, le cloud, la tendenza a dispositivi portatili sempre più connessi, ci danno la possibilità di accedere a una mole infiniti di dati, informazioni, video, musica, foto. In qualunque momento ci troviamo davanti, in qualsiasi luogo noi siamo, suppergiù l’intero scibile umano. Da testi antichissimi digitalizzati all’ultima variante sul tema “gattini che fanno cose carine”.
Pur restringendo il campo a pochi settori e a una precisa collocazione temporale la quantità di cose rimane mastodontica. Sono un appassionato di musica –ossessionato sarebbe la definizione più corretta- e già solo aprendo un servizio come Spotify mi trovo ad aver a che fare con continui rimandi a roba che manco conosco. La mia volontà di approfondire è altissima. Ma tra me e la mia voracità devo inesorabilmente scontrarmi con la mancanza di tempo. Anche se decidessi di passare ogni secondo della mia vita ad ascoltare musica coprirei una percentuale non troppo rilevante di tutto ciò che è stato prodotto.

Di questo aspetto parla benissimo Linda Holmes su Monkey See, un blog di Npr News, in un post intitolato “The sad, beautiful fact that we’re all going to miss almost everything”. Vale la pena citarne uno stralcio esteso.

You used to have a limited number of reasonably practical choices presented to you, based on what bookstores carried, what your local newspaper reviewed, or what you heard on the radio, or what was taught in college by a particular English department. There was a huge amount of selection that took place above the consumer level. (And here, I don’t mean “consumer” in the crass sense of consumerism, but in the sense of one who devours, as you do a book or a film you love.)

Now, everything gets dropped into our laps, and there are really only two responses if you want to feel like you’re well-read, or well-versed in music, or whatever the case may be: culling and surrender

Culling is the choosing you do for yourself. It’s the sorting of what’s worth your time and what’s not worth your time. It’s saying, “I deem Keeping Up With The Kardashians a poor use of my time, and therefore, I choose not to watch it.” It’s saying, “I read the last Jonathan Franzen book and fell asleep six times, so I’m not going to read this one.”

Surrender, on the other hand, is the realization that you do not have time for everything that would be worth the time you invested in it if you had the time, and that this fact doesn’t have to threaten your sense that you are well-read. Surrender is the moment when you say, “I bet every single one of those 1,000 books I’m supposed to read before I die is very, very good, but I cannot read them all, and they will have to go on the list of things I didn’t get to.

It is the recognition that well-read is not a destination; there is nowhere to get to, and if you assume there is somewhere to get to, you’d have to live a thousand years to even think about getting there, and by the time you got there, there would be a thousand years to catch up on

If “well-read” means “not missing anything,” then nobody has a chance. If “well-read” means “making a genuine effort to explore thoughtfully,” then yes, we can all be well-read. But what we’ve seen is always going to be a very small cup dipped out of a very big ocean, and turning your back on the ocean to stare into the cup can’t change that.”

1098Senza farne una questione morale, il fatto che ci siano un numero di dati prossimo all’infinito tra cui scegliere e un tempo definito a disposizione è un limite serio a cui si va incontro. Con così tante opzioni diventa difficile non soccombere .

Più di tutto, quello di cui avremo bisogno in futuro sarà qualcuno o qualcosa che ci sappia orientare in questo universo talmente ricco e vasto in cui rischiamo di perdere continuamente la rotta. Con l’accessibilità immediata onnipresente abbiamo un disperato bisogno di mappe e di qualche intrepido esploratore che si avventuri a tracciare quelle strade. Perché solo selezionando e non eliminando (surrender vs. culling ) possiamo non rimanere sepolti dalla mole.

La sfida sta nel riuscire a fare questo senza castrare la possibilità di trovare quello che non si cercava. E dando la più grande varietà possibile di mappe in modo che ognuno possa costruirne una propria personale orientandosi con alcune di quelle.

Tenendo sempre ben presente che il tempo è il nostro limite.

Il futuro ha quattrocchi

Le nuove tecnologie hanno portato a un cambiamento radicale nel modo di comunicare. Gli ulteriori e recenti avanzamenti non fanno che seguire questa strada ampliandone gli spazi.

C’è una differenza sostanziale e non solo formale nel trasmettere conoscenza e informazioni attraverso la carta o per mezzo di un device elettronico. Il nostro modo di interfacciarci alla realtà muta in maniera radicale. Con nuovi strumenti abbiamo nuove possibilità di interazione con il mondo e il nostro modo di vederlo si arricchisce di esse. Poter fotografare e condividere immediatamente quello che ho appena cucinato dà un’ulteriore prospettiva alle azioni che posso compiere davanti un piatto. Anche la più inutile delle possibilità crea comunque un’occasione.

L’augmented reality non è che nella sua fase embrionale. Più ancora che gli smartphone sono i google glass a segnare l’alba di un futuro in cui ce ne andremo in giro con dispositivi sul e nel nostro corpo.

Mike Loukides lo dice chiaramente su O’Reilly Radar, quella della grande G non è che un versione rozza di ciò con cui avremo a che fare domani. Ma per arrivarci a quel punto bisogna iniziare a camminare.

Glass is the first attempt at broadly useful platform for consumer AR; it’s a game changer.

I have no doubt that something like Glass is part of our future. It’s a first, tentative, and very necessary step into a new generation of user interfaces, a new way of interacting with computing systems and integrating them into our world. We probably won’t wear devices around on our glasses; it may well be surgically implanted. But the future doesn’t happen if you only talk about hypothetical possibilities. Building the future requires concrete innovation, building inconvenient and “creepy” devices that nevertheless point to the next step. And it requires people pushing back against that innovation, to help developers figure out what they really need to build.

Glass will be part of our future, though probably not in its current form. And push back from users will play an essential role in defining the form it will eventually take

La novità di Mountain View avrà probabilmente parecchi difetti. Modificherà però il modo in cui potremmo organizzare, disporre, raccontare ciò che ci sta intorno.

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Su Business Insider Robert Scoble racconta l’esperienza fatta nelle due settimane in cui ha indossato i google glass

They are much more social than looking at a cell phone. Why? I don’t need to look away from you to use Google, or get directions, or do other things

I continue to be amazed with the camera. It totally changes photography and video. Why? I can capture moments. I counted how many seconds it takes to get my smartphone out of my pocket, open it up, find the camera app, wait for it to load, and then take a photo. Six to 12 seconds. With Google Glass? Less than one second. Every time. And I can use it without having hands free, like if I’m carrying groceries in from the car and my kids are doing something cute

Immediatezza ancora più immediata, socialità espansa: non sono che due punti di uno spettro molto più ampio. Ciò che comunque tutto questo comporterà per chi della comunicazione in ogni sua forma ne fa un mestiere – già che su questo blog di quello parlo- è un ulteriore innovazione di strumenti con cui dover tenere il passo per poter raccontare una realtà che continua rapidamente a trasformarsi. Un racconto che sarà profondamente diverso da come lo facciamo ora.

Giuseppre Granieri ne parla in uno suo post. Vi lascio con le sue conclusioni che sono certamente più chiare di quanto potrei fare io

Se cambia l’interfaccia con le informazioni (e con il mondo) cambia il modo in cui circola e si produce la conoscenza

E per chi vuole costruire una carriera in questi settori, per chi ha a che fare con la parola, con le idee, la parte difficile è sicuramente quella di capire prima degli altri come cambia il mondo. E quanto in fretta.
Ma anche capire che la tecnologia abilita nuove possibilità, però sono queste ultime -e non la tecnologia- la vera opportunità.
Soprattutto per i giovani, io credo sia una bella sfida

Editori di se stessi

Ne sono sempre più convinto –e la maggior parte dei miei post dicono proprio questo –l’autorialità sarà una delle vie del futuro per coloro che vivono di scrittura e dintorni. Non l’unica ne la privilegiata, una tra le altre.

Nel nuovo sistema che si sta formando non c’è più bisogno di una figura intermedia tra chi scrive e chi legge. Così come non sono più necessari grossi capitali per pubblicare la propria opera. Potenzialmente ognuno è uno scrittore, un giornalista, un editore. Basta avere a disposizione pochissimi mezzi, una connessione alla rete e il gioco è fatto. L’attività editoriale, come dice Clay Shirky in un’intervista su Findings, non è più un lavoro ma semplicemente un tasto.

Publishing is not evolving. Publishing is going away. Because the word “publishing” means a cadre of professionals who are taking on the incredible difficulty and complexity and expense of making something public. That’s not a job anymore. That’s a button. There’s a button that says “publish,” and when you press it, it’s done

La questione centrale secondo Shirky non è “che ne sarà dell’editoria”, dato che l’intera categoria è pressoché morta, ma di quali funzioni corollarie ci sarà ancora bisogno

The question isn’t what happens to publishing — the entire category has been evacuated. The question is, what are the parent professions needed around writing? Publishing isn’t one of them. Editing, we need, desperately. Fact-checking, we need. For some kinds of long-form texts, we need designers

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In questo contesto in cui chiunque può essere editore di se stesso si crea una diversa forma di selezione di ciò che è interessante e ciò che non lo è. Una selezione operata dal basso e non più dall’alto. Un basso che non è di per sé il buono contro il cattivo di ciò che viene dall’alto (la Gente vs. il Potere). È semplice dato di fatto. Avendo a disposizione tutto il pubblico sceglie ciò che gli piace e ciò che vuole leggere. Come dice Shawn Parr

There will be a shift of power from the opinionated and capable few selecting which titles the public should read to an explosion of content where the public decides what is best to read. Old-school publishers will argue that the quality of content will decline, but all they have to do is look at the music industry to know that’s not so

Quindi, come essere tra coloro che il lettore decide di scegliere? Avendo una voce. Non una qualunque, una che sappia dire qualcosa di chiaro, di diverso, di suo. In un mondo in cui a parlare sono tutti è la capacità di raccontare qualcosa, e raccontarlo bene, che fa la differenza.
A ben vedere – ne parla Howard Tullman su Inc.– non è cambiata l’essenza della buona comunicazione, è cambiato il modo di farla. Per questo abbiamo bisogno di professionalità rinnovate per rendere presente il futuro.

Good communication has always been about the story you have to tell. That hasn’t changed. It’s just that the strategy and delivery methods have to accommodate this new audience and the environments our technologies are creating. To make your story stick, you’ve got to make it shared and special. Or, as they say at Facebook, you need to make them care and you need to make them share.

Creating compelling, immersive, interactive, collaborative, cross-disciplinary, and community- (or team-) based combinations of content and context is the only way forward.

Giornalisti in formaldeide

La dicotomia tra tecnica e umanesimo è finita. Siamo in un terreno ibrido in cui convivono. Non vi preoccupate, non sto per iniziare una profonda riflessione filosofica. Sto parlando più prosaicamente di giornalismo. Un settore sconvolto e legato indissolubilmente alla tecnica. O meglio, alla tecnologia.  Un settore in cui il punto  di vista di chi racconta -il fattore umano- è sempre più fondamentale rispetto alla neutralità del cronista.

È impensabile essere un giornalista e non confrontarsi con la rivoluzione portata dal web. Le armi per difendersi si stanno rivelando sempre più inefficaci. A meno che voi siate prossimi alla pensione, ve ne troverete travolti. Dobbiamo imparare a usare nuovi strumenti, conoscere nuovi linguaggi. Se già il compito non fosse di per sé difficile, bisogna combinare questi elementi per creare qualcosa di diverso. Un altro modo di dare notizie. Una forma che forse non si potrà definire nemmeno più notizia.  Manca infatti una via. Nessuno sa dove si va. Non c’è nessuna formula che risolva l’equazione nuovi media+nuove tecnologie+web+diverso ruolo dell’editoria+ridefinizione del compito del giornalista+cambiamento delle richieste del lettore. La sola possibilità è una: sperimentare. Permettendosi la possibilità di sbagliare.

Stiamo agendo con questo spirito? No. Lo ha spiegato bene Frédéric Filloux in un articolo apparso su Monday Note: il giornalismo è rimasto conservato sotto formalina dallo scorso secolo

News reporting is aging badly. Legacy newsrooms style books look stuck in a last Century formalism (I was tempted to write “formalin“). Take a newspaper, print or online. When it comes news reporting, you see the same old structure dating back to the Fifties or even earlier. For the reporter, there is the same (affected) posture of effacing his/her personality behind facts, and a stiff structure based on a string of carefully arranged paragraphs, color elements, quotes, etc.

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Di fronte alla rivoluzione in cui siamo immersi reagiamo rimanendo ancorati a meccanismi che funzionavano fino all’attimo prima che le cose iniziassero a cambiare (questo discorso si può estendere ad ogni aspetto della nostra società). Trovare modi nuovi di fare è roba da avventurosi o da chi non ha più niente da perdere. Prossimi alla morte, le si provano tutte. Ed è proprio inseguendo la sopravvivenza che si tracciano strade mai battute. Benedette siano le crisi!

In proposito Mathew Ingram ha scritto su GigaOM

one of the reasons why the only newspapers that have made significant strides tend to be ones that have gone bankrupt or are close to it, like the Journal Register Co. — in the most obvious sense, they have nothing else to lose.

Dobbiamo per forza trovarci con il culo per terra per cercare nuovi paradigmi? Ovviamente no. Dobbiamo però essere disposti a rinunciare a qualcosa in termini di sicurezza e stabilità a favore di una maggiore flessibilità (il non fare delle flessibilità precariato è un vaso che preferisco non scoperchiare). Ciò che si lascia è  ampiamente ricompensato da ciò che si guadagna. Diciamocelo, vivere in un’epoca in cui scompaiono realtà consolidate è un bel lusso. Ci obbliga ad usare una percentuale di inventiva e ingegno elevati. Siamo costretti ad un lavoro più impegnativo, libero, creativo. E possiamo costruire qualcosa di completamente diverso.

Per questo chiudo con una riflessione ottimista di Dan Kennedy da Net New Check

What I tell my students is that they are probably going to have careers very much like tech workers have had for several generations. They tend to jump from startup to startup and a lot of them will fail and some of them will be very successful. We certainly know that large legacy news organitions are going to get smaller and smaller and various types of niche startups are going to take up a bigger and bigger part of the media landscape.

I think there’s a lot of reason to be optimistic, and young journalists who are willing to try a variety of different things are going to do fine. I am fundamentally an optimist

Sullo stesso argomento puoi leggere “Perché è necessario un nuovo giornalismo”

@FrancescoAsti

Comunità. Un elemento imprescindibile per un giornalismo stabile

Un giornale non è fatto più di (sole) notizie. Un assioma. O quantomeno lo uso come se fosse tale. Se si vuole essere una testata o un giornalista del futuro –un futuro che è presente- bisogna cambiare strada. Reinventarsi in un ruolo diverso. Il servizio richiesto, e utile, non è più quello del racconto per notizie. Le informazioni oggi ci sono già, senza bisogno di passare per un giornalista e un qualsiasi media tradizionale. Il compito di informare è sempre più diffuso, distribuito, alla portata potenziale di tutti.

Cosa mi rimane dunque? Che ruolo ho ancora? Nessuno? Senza notizie sono niente, si potrebbe dire abbandonandosi a un professionalismo esistenziale. Non avrei: un senso, uno scopo. Non almeno per quello che ho conosciuto fino ad ora. Non per quello che mi hanno insegnato. La soluzione più immediata sarebbe il suicidio (professionale). L’esistenzialismo è una brutta bestia però. Ascoltarlo non mi fa vedere che dove è scomparso un senso ne sono arrivati altri. Lontani, non chiari, ma ci sono. Questo è l’importante.

L’informazione locale dietro la sagoma del vecchio dio giornalistico ucciso a colpi di blog, tweet ed altre diavolerie informatiche, vede una strada senz’altro più stretta ma ricca di possibilità. Ci sarà posto per meno professionisti, ci sarà più posto per la comunità. Meno professionalità non significa meno qualità. Professionista lo si è perché si viene pagati per quello che si fa. Nessuna legge fisica impedisce che un appassionato faccia meglio di me, professionista.

Va bene lascio da parte le dispute sul sesso degli angeli per altri momenti. Torno all’argomento centrale: la comunità. Già. Qui sta una delle possibili chiavi di sopravvivenza del giornalismo locale. Volenti o nolenti, sempre più si dovrà tener conto dei lettori e farli partecipare al processo della produzione di informazioni. I lettori non saranno più tali, saranno qualcosa d’altro. Attivi, non passivi. Il fatto stesso di chiamarli ancora lettori indica un’incapacità del mio linguaggio di designare qualcosa che già esiste ma ancora non riesco a cogliere appieno.

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Per questo il giornale locale –e pure quello su scala nazionale, seppur in maniera differente- dovrà trasformarsi in qualcosa di simile al nodo di una rete. Un centro tra tanti che raccoglie, filtra, diffonde, crea incontri, produce senza essere l’unico produttore. Una redazione su piazza pubblica. O, come ha scritto Sergio Maistrello, un hub.

Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

La relazione è quindi il principale scopo che si dà. Chiunque opera sulla rete deve darselo. Una relazione che non è più conoscere il politico o il personaggio di turno. Sarà ancora necessario ma non fondamentale. Ciò che si deve costruire sono connessioni in grado di creare una vero e proprio tessuto sociale. Se non ho condivisione e interscambio con la comunità, in senso vasto, poco mi servirà avere ottimi rapporti con il sindaco, tutta la giunta e ogni persona che “conta” nella mia città.

Per citare nuovamente Sergio Maistrello

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Svincolarsi dalle logiche passate. Non buttando al macero tutto ma togliendo quello che più non funziona, per sostituirlo con competenze che hanno una maggiore presa sulla realtà, oggi. Se il mondo cambia non posso pretendere di rimanere immutato. O cambio il mondo o cambio io o, perché no, posso provare a cambiare entrambe le cose. Fossilizzarmi sulle mie convinzioni serve a poco. Devo accettare che il mio ruolo sia un altro, mutato, dai contorni sfumati. Così come posso continuare a pretendere che io continui ad avere anche una funzione sociale.

Ma quale è questo compito allora? Se lo sapessi con sicurezza avrei un gruzzolo consistente in tasca e un’equa distribuzione di lodi e invidia dai quattro angoli del globo giornalistico. Per una risposta del genere ho solo ipotesi, come tanti. Chi trova quella giusta è alla fine chi sperimenta. Chi sperimenta è chi trova il suo nuovo ruolo. Farsi perno di una comunità mi sembra una delle migliori vie da battere. Come farlo è uno degli intenti che mi\ti\ci –usate il pronome che volete- spetta per il prossimo futuro.

Sullo stesso tema: 5 spunti per l’informazione locale

Twitter: @FrancescoAsti

Prova a brand-ermi

Un brand. Forse dovrei diventare un brand.

Mettiamo subito da parte le teorie cospirazioniste: non siamo né su un programma di Giacobbo né in un libro di Orwell. Non ci sono cattivoni che mi hanno reso un’inerme merce di scambio dei loro giochi di potere. Il mio dubbio è serio: internet ha aperto, tra i  tanti, uno scenario in cui è il nome a fare la differenza. Nome mio proprio: me stesso©. La mia autorevolezza non dipende dalla testata per cui scrivo. Consegue da quello che ho da dire e dal modo in cui lo dico. Bisogna diventare una voce o, come  ha scritto Tomas Chomorra-Premuzic sull’Harvard Business review, “essere un segnale nel rumoroso universo del capitale umano”.

Sto saltando, però, subito alle conclusioni. E’ meglio che torni alle premesse, e parta da alcuni constatazioni.

Le notizie, oggi, hanno un valore diverso da quello dell’era pre-internet. Allora, per giornali, televisione, e classici media, raccontare cosa era successo, era fondamentale. Erano il principale canale di informazione. Adesso, lo è, potenzialmente, ognuno di noi. Basta avere una connessione internet e un telefonino, e si può fare cronaca in tempo reale di un avvenimento.

Sempre più canali ufficiali -attraverso facebook, twitter, un sito apposito-  bypassano i media e danno direttamente le notizie.

Sulla rete, c’è un flusso di notizie ininterrotto.

Se vuole competere con tutto questo, chi lavora nel mondo dell’informazione, deve concentrarsi sulla velocità degli aggiornamenti e sul continuo monitoraggio di tutte le possibile fonti –territorio, quest’ultimo, che si è ampliato a dismisura arrivando a comprendere all’incirca il mondo intero- Da una parte si guadagna in quantità, dall’altra si perde in qualità. Approfondire ed essere continuamente sulla notizia, dovendola raccontare in presa diretta, sono due aspetti che mal si conciliano. Seguendo questo passo, il lavoro di un giornale potrebbe diventare assimilabile a quello di un’agenzia di stampa, un po’ più elaborata nel modo in cui confeziona i pezzi. Sascha Lobo, sul Der Spiegel, ha definito questo meccanismo pressione della fluidificazione.

Perché dovrei leggere una notizia dal sito di un dato giornale, piuttosto che da quello di un altro? Se ciò che mi si da è il racconto, cronachistico, di quello che è stato, non fa molta differenza trovarlo da una parte o da un’altra. Uso come fonte d’informazione Il Corriere della Sera, ma solo per abitudine. Potrei trovare la stessa cosa che cercavo facendo una ricerca su Google, una volta appresa la notizia da qualcuno che seguo su un social network, ad esempio.
Come mostra Pier Luca Santoro, il traffico per le testate di informazione in internet arriva principalmente dai motori di ricerca. Un chiaro esempio di come il mio ragionamento non è molto diverso da quello dell’utente medio. Pier Luca Santoro scrive in proposito:

Google resta di gran lunga il principale riferimento per generare traffico ai siti delle testate d’informazione con un numero di utenti che per tutto il 2012 è sempre stato abbondantemente superiore.

Dati che, nella mia interpretazione, hanno una doppia valenza. Da un lato evidenziano una bassa fedeltà alla testata. I lettori, le persone, cercano la notizia e non la fonte specifica. Dall’altro lato l’ennesimo ridimensionamento per le testate tradizionali di quello che Frédéric Filloux sapientemente aveva definito “sharing mirage” frutto, su questo sì non ho dubbi, di un utilizzo dei social media come semplice amplificatore, come megafono e non come mezzo di ascolto e di relazione con le persone.

Un giornale, e un giornalista, devono rassegnarsi all’idea che il loro lavoro perderà sempre più valore, per i lettori. O forse no?

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Torniamo all’inizio, alle conclusioni.

Rimane un’importantissima funzione per le testate e per chi scrive: avere un visione del mondo. Se le notizie posso averle da chiunque, ciò che non posso avere è un’interpretazione di una realtà complessa. Ed è su questo punto che i mezzi d’informazione latitano. La loro reazione a internet non è stata cambiare, è stata inglobare qualcosa di diverso pretendendo di rimanere uguali. Ma, per quanto una redazione sia corposa, non potrà mai arrivare a coprire l’intero mondo 24 ore su 24. Battagliare sul campo delle notizie in tempo reale, non ha alcun senso. I risultati sono quelli di non fidelizzare un lettore e di spostarlo, anzi, verso un mezzo che lo fa molto meglio di ogni altro. Se, invece, si prova a cambiare e sperimentare, puntando più sulla qualità che sulla quantità, sull’approfondimento di alcune cose anziché sul raccontare tutto quello che è successo, i risultati potrebbero essere diversi. E i dati sembrano confermarlo -Ben inteso: questa, è solo una via, una delle tante possibili da esplorare. La ricetta non è certa-

Ecco perché sto pensando di diventare un brand. Essere una voce, dare valore, potrebbe essere una delle carte di successo nel futuro dell’informazione, ma non solo. Una funzione che possono avere anche quotidiani on line e siti (numerosi sono gli esempi). La maggior parte però, sono dei vecchi mastodonti che faticano a muoversi e a reinventarsi. E’ per questo che la soluzione più efficace e rapida, potrebbe essere quella di muoversi in prima persona.

A tal proposito è interessante il caso di  Andrew Sullivan. Giuseppe Granieri ne ha fatto una bella analisi sull’Espresso. Queste le sue conclusioni:

Servono precise condizioni.

Innanzitutto la capacità di creare valore per i lettori con quello che si scrive (da insider, come ampiezza di sguardo, profondità di opinione, qualità di curation, ecc.) . Poi serve una platform, che non si costruisce in pochi mesi. E servono competenze, talento.

E la capacità di costruire un rapporto diverso con il lettore (e qui la cosa che sappiamo per certo è che sicuramente a creare valore non è la notizia).

La tecnologia abilita nuove forme di rapporto con il tuo pubblico. Ma non determina il successo. Tocca essere bravi.

Ecco, c’è una cosa che non è cambiata. Anzi, è diventata ancora più fondamentale: tocca essere bravi. La domanda sorge spontanea, a questo punto: io, sono abbastanza bravo per diventare un brand?